lunedì 7 marzo 2016

Musica per cerimonia in chiesa

http://www.doremisposi.it/musica-per-cerimonia-in-chiesa/

#musicapercerimoniainchiesa

Quanto ci sposammo, più di dieci anni fa, capimmo che la cosa più emozionate del matrimonio è la cerimonia. Che sia in chiesa o in comune, al parco o in riva al mare è il momento del sì che emoziona più di tutto. E' la musica, che rende indelebile quel ricordo. Mi basta ripensare all'aria sulla quarta corda di Bach, che fece da sottofondo a quel sì, per catapultare il mio cuore e la mia mente lì, in quel preciso istante.
La musica, insieme ai profumi, dispongono di questa magia.
Volevo dirlo, ecco, anche qui :-)

I miserabili



"Il forzato si trasfigura in Gesù Cristo", parola di Victor Hugo.

I miserabili non è la storia di Cosette, come suggerisce qualche versione ridotta del romanzo, ma è la storia molto più grande di Jean Valjan. Un moderno Gesù Cristo, imprigionato vent'anni per aver rubato un pane non per se stesso, ma per la famiglia di sua sorella. Per lei e per i suoi nipotini di cui si occupa come un padre. Jean Valjan è la più grande vittima che mai sia stata raccontata. Vittima di profonde ingiustizie che si susseguono ma dalle quali si riscatta semplicemente compiendo il bene. Quel Bene, che gli consente di mettere gli altri prima di se stesso in maniera del tutto disinteressata. E ciò che ne deriva, è un'immensa elevazione spirituale che appunto lo trasfigura. Da ultimo, in volto di Dio.
Parigi nei primi '800 era davvero una città terribile, povera, spietata. Ne sono la prova la moltitudine di bambini abbandonati per strada, i monelli. Cosa c'è di peggio dell'abbandono dei propri figli? Dello sfruttamento dell'innocenza? Niente.
Nei miserabili viene proprio raccontato questo. La miseria senza fine della vita umana, quando ci si allontana dal Bene.
Il libro e il più corposo che abbia mai letto, duemila pagine tra racconto e profonde digressioni che approfondiscono il taglio storico e sociologico del libro. A volte troppo intense. Personalmente avrei preferito qualche centinaio di pagine in meno a favore della continuità della storia. Ma la mia non è una critica. È l'ammissione dei miei limiti personali. Per quanto mi riguarda, posso solo inchinarmi di fronte alla maestosità e alla potenza di un tale romanzo. Ricchissimo di storie è unito dal filo conduttore di un Uomo che non dimenticherò mai: Jean Valjan. Eroe immenso e sfortunato che ci insegna che il fine della vita non può essere la propria felicità, anche se è proprio la mancanza di questa - che incredibilmente anche lui, alla fine, aveva trovato - il suo tallone di Achille.
I miserabili è un libro che si legge soffrendo. L'ingiustizia che si ripete è un coltello nel fianco. Il senso di impotenza che ne deriva è doloroso e frustrante, ma porta a riflettere. E ci implora di vivere nel Bene più di qualunque Bibbia, più di qualunque religione. Questo è un libro educativo, che se lo leggessero tutti avremmo un mondo migliore. Ma è anche un libro molto impegnativo. Mi ci sono voluti più di due mesi e un fiume di lacrime per portarlo alla fine; qualcuno meno cocciuto di me ne impiegherebbe il doppio, o magari si impianterebbe sulla battaglia di Waterloo (in cui a dirla tutta ho barcollato anch'io) o nell'approfondimento sui conventi parigini dell'epoca (duecento pagine). Purtroppo non è un libro per tutti.
Ed è questo il vero peccato.

Felicità

Da qualche tempo incontro una strana persona sul Viale. È una donna felice, più che felice: pazza di gioia! Cammina saltellando, un cappello da pittore, un cappottino colorato, e cammina, svolazza, con un sorriso immenso sul volto e un pennello invisibile tra le dita.
Cammina, saltella, corre brevemente e rallenta, e si sbraccia a destra e a manca per salutare chiunque. Sembra un po' il Benigni del Piccolo Diavolo: l'entusiasmo, lo stupore, il candore infantile delle sue movenze ricordano proprio lui. Quando la incontro sono quasi sempre in auto, e ogni volta accosto. Osservo questo spettacolo della natura, questo ciclone fatto donna, questa donna che sembra più un folletto - forse lo è - che irradia gioia.
Sembra conosca tutti e stamattina l'ho rivista. Ho accostato. Questa volta mi ha visto, e sembrava riconoscere anche me. Mi ha salutato, l'ho salutata, mi ha mandato un bacio, le ho mandato un bacio, mi ha fatto il pollice in su ed è scivolata sull'onda di un'anziana signora. E poi una coppia che si teneva per mano. E ha cantato loro: "Siete la coppia più bella del mondo!" e tutti a reagire a quella incontenibile gioia con gioia.
Non so chi sia. Conosco tutti in quel Viale e non lei. Forse è piovuta dal cielo, sbucata da un universo parallelo, forse è un prodotto della mia fantasia, forse sono io un prodotto della sua.
La prossima volta se la incontro, scendo dall'auto e l'abbraccio. Così mi accerto che sia reale. E le chiedo il segreto della felicità.

mercoledì 24 febbraio 2016

I consigli di UMBERTO ECO agli aspiranti scrittori

I consigli di Umberto Eco....(che sublime ironia!)

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, ch...e lo si usa quando necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9. Non generalizzare mai.
10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
12. I paragoni sono come le frasi fatte.
13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
15. Sii sempre più o meno specifico.
16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19. Metti, le virgole, al posto giusto.
20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile
21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34. Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.
35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40. Una frase compiuta deve avere.

lunedì 15 febbraio 2016

Carnevale







Carnevale.
Straziante ricordo di sorrisi forzati. 

Coriandoli, urla, gioia apparente. 
Gelo disarmante. 
I cuori duri, la rabbia, il dolore. 
I sorrisi dovuti. 
L'amore che inganna. 
Tu, con il tuo cuore enorme; lui, un miserabile.
La vita che scivola. 

Il freddo, le cure che sono torture, le nostre bambine vestite di rosa
Pimpi e Coniglietta
rosa come il colore dei sogni realizzati al tramonto, goduti un istante. 
Tanto per conoscere la disperazione che si chiama abbandono.
Carnevale, 

ricordo feroce, 
non so se faremo mai pace.

martedì 9 febbraio 2016

Ti prendo e ti porto via



Non avevo mai letto nulla di Ammaniti. Il titolo di questo libro mi ricordava un periodo molto piacevole della mia vita, i miei ventisei anni. Quell'estate c'era una canzone di Vasco che aveva fatto da colonna sonora alle mie vacanze estive, diceva: "Ma dove vai? Ma dove vai?? Tanto ora mai se mia. Faccio così, passo da lì, ti prendo e ti porto via."
Pensavo di ritrovare in questo libro le emozioni violente di quell'estate. E in effetti oggi ho un gran magone.
La storia è ambientata in quell'Italia contemporanea tipica di un paesino di provincia, dove forse l'italiano da il peggio di sé. Quella provincia in cui tutti sanno tutto di tutti, in cui ci sono i bulli a scuola e i bravi ragazzi sono costretti a subirli. In cui ci sono anche i bulletti adulti, ultra quarantenni vanitosi e superficiali, sballati e ossigenati. E ci sono anche le brave persone - poche - sfortunate fin dalla nascita ed emarginate. Insomma, è una storia che chi vive quest'Italia senza più bellezza né ideali conosce bene. Ed è un romanzo che fa anche sorridere e ridere, ma lascia l'amaro in bocca.
E alla fine fa piangere.
Non l'avrei letto se avessi saputo che mi avrebbe fatto soffrire così. Anche se ripeto spesso alle mie figlie che non esisterebbe la gioia senza la tristezza, be' andare proprio a cercarsela anche no.
Romanzo sicuramente coinvolgente, Ammaniti è un grande narratore ed è stato un piacere conoscerlo.
Ma andarsi a cercare la tristezza, anche no.


mercoledì 3 febbraio 2016

A mio padre


Questo pensiero lo dedico a te, che sei un uomo grande.
A te, che non hai paura di niente
se non di volare… e navigare…
A te, che mi hai trasmesso la prudenza,
la perseveranza,
a riconoscere la gioia che è nelle piccole cose.
Figlio della guerra, della povertà,
la tua più grande ricchezza è l’umiltà.
La testa alta nonostante le ossa rotte.
Una dignità che non teme la notte.
La tua forza è nascosta in una delicata corazza,
non ostenti coraggio,
né ciò che a fatica ti sei guadagnato.
A te, che mi hai insegnato tutto
e non mi hai insegnato niente,
auguro un compleanno felice, un 71esimo inebriante.
Non è da molto che ridi con quei sorrisi veri;
l'allegria, la leggerezza, è questo che meriti dopo una vita di pensieri.
Recupera la spensieratezza con serenità!
Questo è il mio augurio per te,
mio adorato papà.