mercoledì 20 maggio 2015
"Le notti bianche" di Fëdor Dostoevskij
Sempre ricollegandomi al tema della follia, qualche giorno fa lessi un commento a questo libro, su un post di lettori che frequento assiduamente.
Insomma quest'uomo diceva di essersi dato alla psichiatria proprio a "causa" (o per merito?) di questo libro.
Avendolo in casa, mi sono precipitata in taverna a recuperarlo. Letto in due notti, la seconda delle quali trascorsa in bianco.
#LeNottiBianche è un libro che smuove qualcosa. Non saprei esattamente dire cosa, ma qualcosa mentre lo si legge si muove nel profondo di sé, e almeno una notte bianca è garantita. Spero solo di non bissare...
Se non vivessi in una zona tanto isolata, avrei trascorso la notte all'aria aperta, su una panchina. Mi sono dovuta accontentare di trascorrerla girandomi e rigirandomi tra le lenzuola, agitata. Senza sapere il motivo. Perché #Dostoevskij mica ti dice il perché dei turbamenti che suscita, in fondo quella storia è la sua. Ma...
Chissà se non ci siamo passati tutti in una storia così... di promesse che nascono e si frantumano in una notte, di sogni disattesi, di vita che scivola e ogni tanto ci si chiede: "Io nel frattempo dov'ero?"
Di nuovo nel suo personaggio ho trovato il mio amico Alekseij, sebbene con "I fratelli Karamazov", questo libro non abbia niente a che vedere.
Romanzo breve, una piccola perla, che ovviamente consiglio a tutti i miei amici.
lunedì 18 maggio 2015
"Follia" di Patrick McGrath
Ho letto questo libro in cinque giorni.
Da drogata di libri quale sto diventando - non so più cosa sia la tv- riesco a divorare qualunque buon libro in un baleno.
E questo è sicuramente un ottimo libro.
Era nella mia lista dei desideri da qualche tempo, ma non l'avrei letto con urgenza se non fosse stato che a un concerto di Giorgio, in cui suonava la Follia di Corelli, un uomo molto colto rivolgendosi a me, come a una scrittrice, mi disse: "Hai letto Follia di McGrath?"
Quento mi pesò dover dire di no, non ho mai saputo mentire.
Ma sono corsa ai ripari.
Ed eccomi qui, con un nuovo prezioso libro nella mia biblioteca interiore.
L'unico rammarico è di averlo letto subito dopo Furore, un libro di una potenza inaudita, e che quindi ha tolto qualcosa a questo. Che è sicuramente un romanzo scritto molto bene, il cui tema è travolgente. I personaggi entrano dentro subito, insomma una storia coi fiocchi. Ma di fronte a Furore... be', di fronte a Furore quasi ogni libro arrossirebbe.
Follia è il racconto di uno psichiatra.
La storia all'inizio può apparire una qualunque storia d'amore: lei, Stella, splendida moglie di uno psichiatra, ricca e annoiata perde la testa per l'uomo più improbabile del suo universo, un artista uxoricida che si trova all'interno del manicomio criminale in cui lavora suo marito Max. A differenza di Max, Edgar è un gran bell'uomo, molto passionale, e le offre ciò che a lei è sempre mancato: le emozioni.
La prima impressione è stata quella di leggere una storia tutto sommato banale, io poi non apprezzo le storie d'amore. Fortunatamente a metà libro arriva la svolta.
La svolta in un libro che è tutta una svolta, perché l'autore è bravissimo a lasciare incollato il lettore. Mai un calo di tono, mai un vuoto di tensione. L'avrei letto in due giorni se non fosse stata una settimana strapiena di impegni. Ed ecco l'attesa deviazione... il nascere della follia.
Pur avendo trascorso dei periodi particolari, pur avendo sofferto di depressione e ansia, pur avendola sfiorata, non l'avevo mai vista così da vicino.
La follia.
Quella follia che può sfociare in ognuno di noi, innescata dalla più subdola delle infelicità: la frustrazione.
Un libro che sa mostrare la follia da dentro, e che sussurra maliziosamente: non si salva nessuno.
Eppure consola.
Spaventa e consola.
Come se la follia facesse parte dell'animo umano. Come se ci fosse in qualche modo cara, come ci è caro se pur sconosciuto l'inconscio, che sboccia nei sogni che il più delle volte dimentichiamo.
Consigliatissimo a chiunque abbia l'umiltà di riconoscere la follia che è dentro di sè.
Da leggere in un momento in cui si è in pace con se stessi, e assolutamente non dopo aver letto Furore :-)
14 maggio 2015
Nonna Maria oggi avrebbe compiuto 102 anni.
Ogni 14 maggio, senza che nessuno me lo ricordi, so che è il suo compleanno.
Ma oggi a differenza degli altri anni, in cui mi soffermo un minuto e sorrido, ho voluto fermarmi qualche momento in più e pensare com’era.
Com’è rimasta nel mio ricordo.
Una donna anziana, con i capelli sempre raccolti, non del tutto bianchi fino alla fine. Forse qualcuno ogni tanto glieli tingeva. Le mani piccole e svelte, la ricordo circondata da fiori; lei seduta su una seggiola, i piedi su uno sgabello e i suoi adorati garofani ovunque.
Doveva essere un tipo disordinato, proprio come me.
Piedi quasi sempre scalzi.
Qualcosa ho preso anche da lei.
Gli occhi curiosi e vivaci, un nasino piccolo e appuntito, la bocca non la ricordo.
Ricordo che quando rideva la copriva con una mano.
Ricordo la sua allegria ingarbugliata stretta stretta alla serenità.
Mi chiedo: possibile che fosse sempre felice? Ma io la vedevo una volta all’anno, forse per quello era felice. Perché rivedeva noi. Rivedeva i suoi figli, i suoi nipoti una volta all’anno e ovviamente in quei giorni era felice. Come dovesse trascorrere i restanti undici mesi dell’anno, questo lo ignoro.
Ricordo le sue telefonate, ricordo perfettamente la sua voce e il modo in cui mi chiamava: “Stefana”. Senza la “i”.
Ricordo che era felice e non aveva paura di niente.
Neanche della morte ebbe paura.
Lo diceva sempre: "quannu 'rriva, eu sugnu 'ccà".
Mia nonna... chissà se ho preso da lei solo il disordine, il bisogno di stare scalza e la sua allegria.
Vorrei avere ereditato il senso di forza e spensieratezza che infondeva in ognuno di noi.
Tutti piccoli di fronte a lei, piccoli anche quando la superammo in altezza di almeno due spanne.
Ma questo solo i miei nipoti me lo potranno dire. Magari a ventun anni dalla mia dipartita.
Tanti auguri Nonna Maria, ovunque tu sia, sei la donna più forte che ci sia.
mercoledì 6 maggio 2015
Furore
Furore, un libro potente come il suo titolo.
La storia toccante dei contadini dell'Ovest degli Stati Uniti che negli anni trenta furono costretti a emigrare a causa della crisi economica. Andarono tutti a Est, e a Est trovarono quello che stanno trovando oggi questi poveri extracomunitari che lasciano tutto al loro paese, i loro ricordi, la loro gioia, la loro dignità.
Furore, la storia attualissima di una famiglia che viveva serena e che si è vistra strappare via tutto dai governi, dalle banche, dal capitalismo imperante. Una famiglia che non dimenticherò, che è diventata la mia famiglia.
Ma', che mi ha insegnato il valore di essere MADRE, che se c'è qualcuno che non può lasciarsi andare allo sconforto, quella persona è lei.
Pa' e la tenerezza di un uomo che ha lasciato il suo ruolo in quella terra lontana insieme al suo orgoglio.
E poi molti altri componenti della famiglia, alcuni dei quali sono morti per strada, come i disgraziati sui barconi. Partiti in molti, arrivati in pochi. Arrivati dove, poi?
Se non avete ben chiaro il significato della parola FURORE leggete questo libro.
Un libro che solo a descriverlo mi viene da piangere, e come direbbe Ma', è meglio che non ne parlo, se non non reggo.
Leggetelo vi prego, leggetelo e fatelo leggere a chiunque non l'abbia mai letto.
Sarebbe un mondo migliore se a tutti venisse data la possibilità di leggere certi capolavori.
Ma ai governi si sa, conviene avere dei cittadini ignoranti.
giovedì 16 aprile 2015
Spazio ai nuovi autori (solo quelli interessanti!)
Oggi voglio parlarvi del romanzo di un amico esordiente che ho letto con particolare interesse.
"Non sono nato e mi sento molto bene" di Angelo Gavagnin, un libro molto diverso da tutto ciò che ho letto finora. Mi ha attirata subito con il suo titolo decisamente originale e devo dire che non ha deluso le aspettative.
Impossibile da riassumere perché privo di schemi, spazia tra la vita e la morte e svela senza incertezze le verità conquistate dall'autore. Verità lontanissime da quelle che cercano di imboccarci preti e talk show e che mi trovo a condividere quasi interamente. A partire dal discorso sulla procreazione, che se i genitori facessero bene il loro mestiere e dicessero la verità ai figli, in poco tempo risolveremmo il problema del sovraffollamento del pianeta. Io stessa avrei scelto di non diventare madre se qualcuno mi avesse detto che con la nascita dei figli avrei perso per sempre la mia libertà.
Purtroppo l'ho scoperto sulla mia pelle, quando non c'era più nulla da fare!
Condivido con lui il bisogno di meditare, di stare sola con me stessa per raggiungere il centro dell'universo e trovare la pace. E per raggiungerlo non ci vuole coscienza. Ho sempre sospettato che le grandi risposte della vita fossero nascoste nella parte più inaccessibile di noi: l'inconscio. E che più si usa la mente, più ci si allontana dalla Verità.
Condivido con lui quasi ogni sua teoria, compresa quella sugli animali che trattati da persone, vengono denaturalizzati. Che quando vedo un cane col cappottino mi metto le mani nei capelli! Penso a quanto si senta ridicolo agghindato a quel modo e quanto i soldi di quel costoso cimelio farebbero comodo agli innumerevoli bambini bisognosi che popolano questo pianeta. Che ce ne sono tanti e metterne a mondo altri è un delitto.
Questo libro mette a nudo senza esitazione alcuna, il pensiero profondo dell'autore, che espone le sue tesi con estrema umiltà.
Ciò che mi sconvolge è che Gavagnin ha dato voce a ciò che in fondo sento anch'io e che non mi ha mai spiegato nessuno. Evidentemente a pensare e camminare molto, si giunge alle medesime conclusioni.
Elogio della lentezza, a metà tra il saggio e il romanzo, lo consiglio vivamente alle persone vittime della frenesia moderna. A quelli che tengono la tv accesa perché non sanno stare in silenzio. A quelli che mettono al mondo figli come conigli per non rischiare di rimanere soli.
Un libro che è un invito al silenzio e alla riflessione.
Ma soprattutto un libro che è un atto d'amore.
Perché anche se l'autore analizza la vita in maniera sarcastica, lo fa con Amore.
Amore per questo nostro pianeta ingolfato, per la natura e per le opere degli uomini: arte e cultura divengono cibo per l'anima al pari di un cielo stellato.
Amore per quella bambina di cui è stato "vittima" del lieto evento; arriva quasi a maledirne l'arrivo ma per lei si butterebbe in mezzo alle fiamme senza esitare, perché nella vita si è sempre preso le proprie responsabilità; la colpa di ciò che gli accade è sua e sono cazzi suoi.
Amore verso quel padre che non ha più da vent'anni e con il quale, grazie alla meditazione, è riuscito a far pace.
Questo è uno dei pochi romanzi, scritti da autori esordienti, che ho letto davvero con molto piacere. Mi ha fatto sorridere e riflettere. Ha consolidato alcune mie credenze personali e dato spunto per trovarne di nuove.
Grazie Angelo :-)
lunedì 13 aprile 2015
E come ogni 10 aprile...
4 anni fa a quest'ora fuori c'erano 30 gradi e io mi apprestavo a trascorrere la notte più in bianco della mia vita.
Giorgia era andata a casa con i nonni, che per consolarla la rimpinzarono di dolcetti facendola vomitare tutta la notte.
Giorgio era tornato a casa da solo, e per consolarsi o brindare o semplicemente per riuscire a dormire si prese una sbronza micidiale, anche se non me lo confessò mai. E comunque il mattino dopo si presentò pallido e puntuale, ed era quella la cosa importante.
Si aprì l'ascensore al settimo piano del San Raffaele, zaino in spalla, mente vuota e mi trovò lì ad aspettarlo. Esattamente nel punto in cui mi aveva lasciata quella sera di 4 anni fa.
Una notte trascorsa a coccolare un pancione che non avrei rivisto mai più, a camminare avanti e indietro per i corridoi del reparto maternità, a imparare a memoria i nomi sui fiocchi fuori dalle altre stanze, a immaginare il suo volto, a sperare che mi partisse un travaglio spontaneo per poter correre in sala operatoria e darla alla luce sì con un taglio cesareo - come pretesi fermamente - ma almeno nel giorno scelto da lei.
Perché quando la vidi nascere ricoperta di bianco, con gli occhi infossati in un sonno profondo, il nasino schiacciato - uh! Come dormiva bene - e un peso ben al di sotto degli stimati 3.160 Kg di sua sorella, ebbi un lieve senso di colpa.
La feci nascere di 37 settimane anziché 40, ma trovò subito una mamma felice, riconoscente, arzilla.
E fu il miglior modo per farmi perdonare :-)
Giorgia era andata a casa con i nonni, che per consolarla la rimpinzarono di dolcetti facendola vomitare tutta la notte.
Giorgio era tornato a casa da solo, e per consolarsi o brindare o semplicemente per riuscire a dormire si prese una sbronza micidiale, anche se non me lo confessò mai. E comunque il mattino dopo si presentò pallido e puntuale, ed era quella la cosa importante.
Si aprì l'ascensore al settimo piano del San Raffaele, zaino in spalla, mente vuota e mi trovò lì ad aspettarlo. Esattamente nel punto in cui mi aveva lasciata quella sera di 4 anni fa.
Una notte trascorsa a coccolare un pancione che non avrei rivisto mai più, a camminare avanti e indietro per i corridoi del reparto maternità, a imparare a memoria i nomi sui fiocchi fuori dalle altre stanze, a immaginare il suo volto, a sperare che mi partisse un travaglio spontaneo per poter correre in sala operatoria e darla alla luce sì con un taglio cesareo - come pretesi fermamente - ma almeno nel giorno scelto da lei.
Perché quando la vidi nascere ricoperta di bianco, con gli occhi infossati in un sonno profondo, il nasino schiacciato - uh! Come dormiva bene - e un peso ben al di sotto degli stimati 3.160 Kg di sua sorella, ebbi un lieve senso di colpa.
La feci nascere di 37 settimane anziché 40, ma trovò subito una mamma felice, riconoscente, arzilla.
E fu il miglior modo per farmi perdonare :-)
giovedì 9 aprile 2015
Spazio ai nuovi autori (solo quelli frizzantini!)
Dopo Dostoevskij e Murakami, eccomi tornata su un'autrice italiana contemporanea, un'esordiente dotata di grandi qualità.
Questa la mia breve recensione a caldo:
"Volevo un marito nero" di Valentina Gerini è un romanzo fresco e leggero da gustare in una notte di piena estate. In una di quelle notti in cui fa così caldo che non si riesce a dormire e ci si ritrova sul terrazzo di casa con una birra gelata in mano e - almeno nel mio caso, fino a non molto tempo fa - la tangenziale Est di Milano sotto gli occhi.
Quello è il momento ideale per leggere questo delizioso romanzo che darà un senso al tormento, condendolo di magia.
La magia delle notti africane, calde, e profumate, e gioiose.
Che non si ha nulla laggiù, eppure si ha tutto.
Perché nulla può competere con la bellezza sconfinata di quella Terra Madre. Che chi non ha mai avuto la benedizione di visitare farebbe bene a seguire il mio consiglio e leggere questo libro. E farsi venire un bel mal d'Africa.
E poi, sospesi tra sogno e realtà, lasciarsi cullare tra i Caraibi e le isole greche, per tornare nella nostra bella terra che non ha molto da invidiare a quei paradisi lontani.
Finché quasi senz'accorgesene, ci si troverà al cospetto dell'Amore che quando arriva travolge, e non sbaglia mai.
Ho trovato quest'autrice davvero piacevole, con il suo modo di raccontare delicato e frizzante, che come una lieve brezza marina scompiglia i capelli e conforta il cuore, lasciando nell'aria quel profumo di mare... a testimonianza del fatto che non si è trattato di un sogno, ma di pura realtà.
PS: E ditemi se la copertina non è STUPENDA!!!
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